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La posizione cinese sulla questione del Mar Cinese Meridionale
I fatti parlano per se stessi, la giustizia perverrà
(2016-06-15)
 

I fatti parlano er se stessi, la giustizia perverrà

La posizione cinese sulla questione del Mar Cinese Meridionale

 

L'Arcipelago di Nansha si trova all'estremità del Mar Cinese Meridionale, esso fa parte del territorio cinese sin dall'antichità. I governi delle varie dinastie che si sono succedute in Cina hanno esercitato senza interruzione la propria giurisdizione sull'Arcipelago e sulle acque correlate attraverso l'istituzione di enti amministrative, il pattugliamento militare, lo svolgimento di attività produttive e delle azioni di soccorso in mare. All'epoca della Seconda Guerra mondiale, il Giappone aveva invaso e occupato l'Arcipelago. Al termine della guerra, esso è stato restituito alla Cina sulla base del diritto internazionale: secondo la Dichiarazione del Cairo, la Dichiarazione di Potsdam e altri documenti di diritto internazionale del tempo di guerra, il Giappone doveva infatti restituire alla Cina i territori che gli erano stati sottratti. Il Governo cinese di allora aveva proclamato la propria sovranità e rafforzato la propria giurisdizione sull'Arcipelago, dando nomi alle varie isole, pubblicando le relative mappe, designando distretti ammnistrativi, stanziandovi basi militari. Per diversi decenni dopo la fine della Guerra nessun paese aveva mai posto obiezioni circa l'appartenenza dell'Arcipelago alla Cina, anzi, molti paesi, inclusi alcuni importanti paesi occidentali, avevano provveduto a segnalare l'Arcipelago come territorio cinese sulle proprie mappe. Alla fine degli anni '60, la scoperta delle risorse petrolifere nel Mar Cinese Meridionale ha spinto i paesi circostanti, fra i quali Le Filippine, a rivedere la loro posizione sulla questione dell'Arcipelago, cominciando a pretenderne la sovranità e occupandone alcune scogliere.

 

Nel gennaio del 2013, Le Filippine hanno presentato la questione alla Corte Arbitrato dell'Aia, chiedendo alla Corte Arbitrato di definire lo status giuridico di alcune scogliere individuate dalle Filippine. In questo modo, dividendo l'Arcipelago, si è svolto un tentativo per negare i diritti marittimi della Cina sull'Arcipelago di Nansha, da considerarsi nella sua integrità. Stante quanto suesposto, il governo cinese insiste nel non accettare e non partecipare alla procedura arbitrale. Questa decisione è stata adotta dal governo cinese sulla base dei seguenti motivi:

 

In primo luogo, la Cina ha pronunciato già nel 2006 la dichiarazione di eccezione facoltativa sulla base dell'articolo 298 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del mare (UNCLOS), con la quale è stata esclusa in maniera puntuale dalle procedure di arbitrato obbligatorie le questioni inerenti alla delimitazione delle acque territoriali, alle proprietà storiche, alle attività militari e alle amministrazioni giuridiche. Nel caso in considerazione, l'oggetto del arbitrato riguarda proprio una questione di sovranità e di delimitazione delle acque territoriali. Considerato che le questioni territoriali non rientrano tra le materie soggette alla UNCLOS, considerato altresì che le questioni riguardanti la delimitazione delle acque territoriali sono state dichiarate eccezioni facoltative dalla Cina, la scelta di non accettare e di non partecipare all'arbitrato è in piena conformità con l'UNCLOS e con le leggi internazionali.

 

In secondo luogo, la Cina e le Filippine hanno ribadito già da tempo attraverso accordi bilaterali, dichiarazioni e comunicati congiunti la scelta di risolvere le controversie tramite il ricorso a colloqui bilaterali.

 

In terzo luogo, la Cina e i Paesi membri dell'ASEAN, tra cui le Filippine, hanno firmato nel 2002 la Dichiarazione sulla condotta delle Parti nel Mar Cinese Meridionale. L'articolo 4 di tale dichiarazione stabilisce che le relative controversie siano da risolversi tramite il ricorso a negoziati e consultazioni tra gli Stati direttamente coinvolti.

I suddetti due articoli costituiscono gli "accordi" tra la Cina e le Filippine per la soluzione per mezzo dei negoziati delle dispute sul Mar Cinese Meridionale. Il ricorso all'arbitrato da parte delle Filippine rappresenta una violazione del principio fondamentale del diritto internazionale del "Pacta Sunt Servanda".

 

In quarto luogo, gli articoli 280, 281 e 282 della UNCLOS riconoscono la facoltà agli Stati firmatari la possibilità di scegliere autonomamente le modalità di soluzione delle controversie. La Cina e le Filippine hanno già raggiunto una convergenza per la soluzione delle relative dispute ricorrendo alle trattative. E' doveroso il rispetto dell'esercizio di questa facoltà.

 

Stante quanto suesposto, l'arbitrato richiesto dalle Filippine sulla questione del Mar Cinese Meridionale è da considerarsi un atto illegittimo: esso contravviene tanto agli accordi sottoscritti con la Parte cinese quanto alle disposizioni della UNCLOS. L'arbitrato promosso dalle Filippine e supportato da alcuni paesi extraterritoriali è un atto meticolosamente orchestrato per trasformare una questione politica in una questione giudiziaria. La posizione cinese di non accettare e di non aderire all'arbitrato sul Mar Cinese Meridionale è conforme al diritto internazionale, UNCLOS compresa, e rappresenta per la Cina una posizione legittima a difesa dell'autorevolezza del diritto internazionale e dell'integrità della stessa UNCLOS.

 

La corte arbitrale annuncerà la sua sentenza nei prossimi giorni. Qualunque sarà la sua decisione, la sovranità cinese delle isole del Mar Cinese Meridionale e delle acque correlate rimarrà indiscutibile, la determinazione e la volontà della Cina nel proteggere il proprio territorio e i diritti marittimi rimarranno irremovibili, la politica e la posizione di risolvere le dispute attraverso negoziati diretti e di salvaguardare la pace e la stabilità del Mar Cinese Meridionale insieme agli altri paesi della regione rimarranno invariate. Peraltro, nel 2002, la Cina ha firmato con l'ASEAN la Dichiarazione sulla condotta delle Parti nel Mar Cinese Meridionale. Negli anni successivi, nel quadro della Dichiarazione, le parti interessate hanno lavorato insieme per concretizzare la Dichiarazione, avviando iniziative di cooperazioni marittime, e continuando le consultazioni in merito alla corretta condotta da adottarsi nel Mar Cinese Meridionale, e con ciò ottenendo importanti risultati. Ormai, la concretizzazione della Dichiarazione e la piattaforma della consultazione sulla corretta condotta sono diventate il canale principale di cooperazione. Con gli sforzi congiunti della Cina e dell'ASEAN, il Mar Cinese Meridionale ha sempre mantenuto la pace e la stabilità, a differenza di certi altri paesi che invece promuovono speculazioni e ostilità.

 

La posizione cinese nei confronti della questione del Mar Cinese Meridionale è sempre stata coerente e chiara. Sosteniamo l'impostazione di risolvere le dispute tramite negoziati, cercando di contenere i contenziosi stabilendo regole e meccanismi e di prendere iniziative di cooperazione per realizzare il mutuo vantaggio, persistendo nel assicurare la libertà di navigazione o di sorvolo nel Mar Cinese Meridionale, un diritto dato a tutti i paesi dalle leggi internazionali, al fine di salvaguardare la pace e la stabilità nel Mar Cinese Meridionale. Sempre più paesi esprimono il loro supporto per la posizione cinese, inclusi grandi paesi come la Russia e l'India, ma anche il Laos, il Brunei e la Cambodia, i quali sono paesi ASEAN come le Filippine. La Lega degli Stati Arabi, la Shanghai Cooperation Organization e altre organizzazioni internazionali hanno anch'essi espresso il loro supporto per la posizione cinese. Come dice il ministro esteri cinese Wang Yi, "i fatti parlano per se stessi, e la giustizia perverrà", credo che sempre più paesi daranno il proprio supporto alla posizione cinese sulla questione del Mar Cinese Meridionale, e al governo cinese per i suoi impegni profusi nel salvaguardare la pace e la stabilità nella regione.

 

Wang Fuguo (Console Generale della Repubblica Popolare Cinese a Firenze)

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